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UN ANNO SCOLASTICO DA NON PERDERE

E’ ormai quasi settembre e le scuole tra poco inizieranno a ripopolarsi di docenti alle prese con riunioni, consigli e progetti. Agli alunni toccherà intorno alla metà del mese. Ogni scuola sta già preparando le linee conduttrici delle attività regolari e dell’ offerta formativa (POF), sia nella dimensione didattica che in quella, altrettanto importante ma spesso vaga, della promozione del benessere.

Purtroppo in Italia in questo ambito (quello della prevenzione e della promozione del benessere a scuola) si tende ancora molto ad improvvisare e troppo spesso si organizzano piani di intervento generici, senza possibilità di misurazione alcuna e, soprattutto, senza verificare una benché minima ricaduta positiva sugli alunni.

La prevenzione, si sa, nel nostro Paese non è mai stata presa in seria considerazione, probabilmente perché non paga a livello politico (i risultati tendono a vedersi avanti nel tempo e non nell’immediato) e perché non c’è una cultura in grado di stratificare strategie, conoscenze e buone pratiche per affrontare e risolvere i tanti problemi posti dai bambini e dai ragazzi all’entrata a scuola. Si dice infatti che occorre “fare prevenzione” in quanto se ne presenta il bisogno, perché il malessere è sempre più diffuso tra le giovani generazioni., per fermare il bullismo, perché i ragazzi assumono sostanze e bevono. Tuttavia il fare prevenzione il più delle volte si appiattisce nel dare informazioni o nel tentativo di educare gli alunni a nuovi e più sani stili di vita.

Si assiste così al rincorrere prima e proporre poi progetti finalizzati a evidenziare quanto fa male la droga o l’alcool e quanto è meschina la violenza, senza preoccuparsi di verificare strategie, risultati, obiettivi.

La cosa incredibile è che il fare prevenzione attraverso l’informazione è considerato, perfino dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno dagli anni 80, un’attività completamente fallimentare se non addirittura controproducente. Nonostante ciò, in gran parte delle realtà istituzionali italiane si continuano a declamare sterili informazioni su ciò che fa male e ciò che fa bene, su ciò che è buono e ciò che è cattivo, su quanto si dovrebbe fare e quanto non si dovrebbe mai fare: mai una verifica su quanto di tutto ciò arrivi ai bambini, ai ragazzi, agli alunni. Eppure in questo ambito le raccomandazioni dell’OMS, le linee guida delle più accreditate agenzie in materia di prevenzione e promozione del benessere sono chiare: si tratta di stratificare e condividere una nuova cultura pedagogica, di favorire gli interventi di educazione affettiva ed emotiva; di proporre strategie di intervento consolidate e verificate (per battere il  bullismo, per esempio, esistono già molte buone pratiche sperimentate e collaudate); di pianificare interventi formativi per docenti e genitori. Soltanto una buona educazione emotiva è in grado di aiutare le nuove generazioni a non rimanere intrappolate nelle proprie pulsioni (volere tutto e subito), ma a trasformarle in emozioni, decodificabili, modulabili e gestibili. Insegnare a trasformare la pulsione in emozione equivale ad offrire un vaccino per difendere bambini e adolescenti dal disagio, dalla sofferenza, dal disadattamento, dalle dipendenze e dalla possibile devianza.

Nel campo della prevenzione si continua invece, almeno in Italia, a ragionare come se il mondo fosse piatto e al centro del sistema solare.

Mi auguro che all’inizio del prossimo anno scolastico si faccia uno sforzo, sia a livello centrale che  a livello periferico, per proporre progetti a lungo termine ed educazioni non puntiformi e frammentate. Occorre “essere nella prevenzione” e non farla quando c’è tempo e quando viene appaltata ai docenti dotati di buona volontà.

Se anche il prossimo anno la cronaca ci assalirà nuovamente inanellando casi di bullismo e altro ancora, avremo solo perso ancora un altro anno.

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