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QUELL'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL NON ESSERE

Nella storia delle civiltà non si ravvisa un periodo nel quale l’attenzione e la considerazione per l’infanzia e l’adolescenza siano state particolarmente alte.

D’altra parte l’adolescenza, almeno fino al secolo scorso, si è prevalentemente caratterizzata come un passaggio, contenuto nel tempo, dall’essere bambino all’essere adulto. Tale passaggio è sempre durato molto poco (in alcune tribù indiane del Nord America addirittura un solo giorno: i bambini, dopo aver superato una prova cruenta, diventavano guerrieri) e l’adolescenza si è per lo più rivelata prevalentemente come un evento piuttosto che una fase del ciclo della vita.

Negli ultimi decenni l’adolescenza si è invece imposta all’esistenza della  maggior parte delle persone come una fase nuova, peculiare, praticamente inedita.

Oltre all’infanzia, all’età adulta e alla vecchiaia, si è così strutturata un’ulteriore fase della vita con caratteristiche proprie, problematiche specifiche e tempi di durata anche molto dilatati, a volte anche più di quelli dell’infanzia.

Che l’adolescenza sia un fenomeno degli ultimi decenni lo confermano anche molti luoghi comuni: se la vecchiaia è la “terza età”, quella fase dell’esistenza che segue l’infanzia e l’età adulta, l’adolescenza dove la collochiamo? Che età è? Dove li collochiamo gli adolescenti?

Al di là dei luoghi comuni e dei giochi di parole, l’adolescenza è senz’altro un artefatto recente e come tale la nostra cultura non è ancora riuscita ad elaborare atteggiamenti efficaci di accompagnamento ed investimenti adeguati.

In meno di cento anni si è passati dal bambino – operaio – contadino al ragazzino, di pari età, griffato, scolarizzato, protetto, integrato e socializzato.

Accanto a questi innegabili miglioramenti tuttavia la società degli adulti non è riuscita contemporaneamente a dare ai propri figli prospettive e punti fermi: le prospettive si riferiscono a cosa faranno i giovani quando saranno grandi; i punti fermi si riferiscono invece alla stabilità affettiva, al contenimento, alla disponibilità, alla complicità, all’opportunità di costruire legami significativi con le figure adulte di riferimento.

L’accelerazione tecnologica, i nuovi rapporti economici e di lavoro, i convulsi ed imposti ritmi di vita spingono quote crescenti di genitori a relegare ai margini del tempo e dello spazio i figli, provocando in loro, di fatto, scontento diffuso e, a volte, disagio, disadattamento, rabbia, depressione, addirittura devianza.

Tra la drastica contrazione del tempo da dedicare ai bambini e ai giovanissimi ed il prolungamento “ad libitum” dell’adolescenza si sono strutturati negli ultimi decenni, infatti, comportamenti giovanili disadattati, fenomeni caratteristici, patologie e disagi inediti.

Questi si riferiscono prevalentemente a forme di dipendenza patologica: droga, alcool, bulimia, anoressia, Internet, videogiochi, azzardo rappresentano le manifestazioni più ricorrenti di fronte alle quali i genitori si disorientano e mostrano tutta la loro impotenza. Un’impotenza sovente coperta da ulteriori errati atteggiamenti pedagogici e preventivi.

Il più frequente è rappresentato dalla convinzione che bambini e ragazzini, affinché crescano sani e lontani dai pericoli, devono svolgere attività, qualunque esse siano. Si assiste pertanto alla rigida programmazione del tempo dei figli: prima a scuola, poi vengono accompagnati a scuola calcio e di seguito in piscina per il corso di nuoto, in palestra, a danza, a lezione di violino o a karatè per poi posizionarli, di sera. davanti al computer, affinché diano possibilità ai genitori di vedere il telegiornale o di prendere fiato dopo aver trascorso un’intensissima e faticosa giornata a lavorare.

E i figli?

Sempre più soli, sempre più disattesi nei loro bisogni di vicinanza e intimità.

In questa dimensione temporale rigidamente programmata, ma vuota di relazioni, i figli tentano di farsi largo da soli come possono. Spesso ci riescono; molte volte si imbattono in tante difficoltà; qualche volta si spaventano, hanno paura ed allora urlano con tutto il fiato che hanno in gola per chiedere aiuto.

Si spaventano ed hanno paura perché si sentono soli, perché non riescono a tollerare le proprie pulsioni, perché non sanno leggere ed utilizzare le proprie emozioni che spingono dall’interno.

Perché il timore di non farcela (ad amare, a crescere, ad essere autonomi, ad essere all’altezza) genera loro angoscia: una insostenibile pesantezza di “non essere” che tentano di lenire a tutti i costi.

Daniele, diciotto anni, la pensa così:

“Secondo me è solo questione di tirarsi fuori dalle paranoie che abbiamo. Vogliamo sentirci forti e alla grande, ma da soli è difficile.

Ed allora giù a mangiare pasticche ed altri intrugli magici! Giù a bere come ciuchi! Lo sapete tutti come funziona: si diventa brillanti, disinibiti, simpatici, senza più paure del c… Ci si sente dio e poi… si rimedia come un beduino. L’importante è non bere troppo per non andare in bianco e non bere troppo poco per non correre il rischio di ricordarsi il nome della ragazza: se ci si innamora sono cavoli amarissimi!

Ci vorrebbe qualcuno con cui parlare e confidarsi per fare a meno di fumo, alcool e pasticche. Ma chi trovi? Io certe volte vedo in televisione la De Filippi, ma questi problemi non li trattano, lì sembra tutto finto.”

Gli fa eco Manuela, anche lei diciotto anni:

“Io sono quasi tre anni che mangio pasticche e non è tutto rosa e fiori. Ho un’infezione renale, ma non riesco a smettere. Senza pasticche non mi diverto. Lo so che rischio, ma la paranoia di tutti i giorni non la tengo. Vado fuori peggio di un vaso di gerani.”

Questi i pensieri di due “normali” adolescenti che frequentano la scuola, che si incontrano, che si divertono, che tentano a loro modo di crescere.

Dalle loro parole l’assenza dei genitori si sente ed è pesante.

Al punto che fatue conduttrici e stolti reality rappresentano punti di riferimento per confrontarsi, per cercare di capire.

Ma anche in questi assurdi confronti i giovani, davanti al televisore, perdono e si confondono.

I reality propongono falsi rapporti, legami finti spacciati per veri, caricature di emozioni.

I mass media non propongono più l’eterna lotta tra il bene e il male. E’ raro assistere allo scontro tra eroi negativi e positivi che un tempo sollecitavano identificazioni e proiezioni.

Oggi in televisione e su molti giornali si assiste a deprimenti sfilate di idioti e viene premiato, sempre, il più idiota tra gli idioti: che siano vip o emeriti sconosciuti.

In questo contesto è normale che Gabriele, diciassette anni, possa dire:

“Della scuola non me ne frega niente, tanto…studi o non studi è uguale. Riesco a svoltare sempre, tutte le sere. I genitori, anche se mi vedono ogni notte tornare a casa ubriaco come una scimmia, non mi dicono nulla. Meglio così…”

Le interviste riportate sopra sotto forma di flash sono tratte da un campione di più di trecento adolescenti tra i 14 e i 20 anni di una scuola del nord Italia.

Il campione, attraverso un questionario elaborato da un gruppo di ragazzi della stessa scuola, è stato sottoposto ad una serie di domande, chiuse ed aperte, circa i rapporti con la famiglia.

Dall’analisi quantitativa della ricerca basata sull’elaborazione dei dati è emerso che il 39% del campione, se ha un grosso problema, non si rivolge mai ai genitori. La percentuale aumenta fino al 61% se il problema in questione genera angoscia e tristezza.

I dati della ricerca rivelano inoltre che il 36,5% dei genitori non chiede mai ai figli come si sentono o come stanno.

Una delle risposte dei giovani a questa situazione è rappresentata dal lenimento della paura, dell’ansia e dell’angoscia attraverso l’uso e l’abuso di alcool e di sostanze stupefacenti. Una quota rilevante di ragazze, tramite itinerari ancora più tortuosi, anestetizza il proprio senso di vuoto attraverso la trance bulimica o l’ascetismo del digiuno anoressico.

Anche la dipendenza dall’azzardo, dall’ossessivo culto del corpo, da relazioni affettive estremamente inadeguate, da Internet o dai videogiochi rappresentano tentativi di anestetizzare la coscienza e le emozioni, ritenute pericolose o comunque fonte di sofferenza ingestibile.

Il non aver tempo da dedicare ai figli in un periodo della loro esistenza divenuto improvvisamente così lungo (la preadolescenza, l’adolescenza e prima ancora l’infanzia) sembra essere la causa principale di molti guai.

Ma perché questi guai si configurano per lo più in comportamenti di dipendenza?

Semplicemente perché dapprima i giovani cercano disperatamente la dipendenza (sotto forma di aiuto, contenimento,  ricerca di rispecchiamento e conferma); poi ne rimangono prigionieri fino a precipitare nel cosiddetto tunnel.

Così il tossicodipendente urla la propria paura della vita; l’anoressica la propria angoscia di crescere; il ragazzino incollato al videoterminale la paura di incontrare coetanei fuori dal cyberg spazio.

Sostanze psicotrope e comportamenti coattivi rappresentano l’unico tempo, modo e spazio per esorcizzare la paura e l’angoscia; per viversi, in un brevissimo istante, e per questo ripetuto all’infinito, l’unica esistenza possibile.

Come affrontare questa inedita emergenza sociale e sanitaria dai costi umani ed economici rilevanti?

In verità il mondo degli adulti investe poco nell’aiutare i bambini ed i giovani a non aver paura, accompagnandoli adeguatamente.

Generalmente si interviene allorché i danni sono già fatti o quando la dipendenza si è cronicizzata in una grave patologia.

Non si tratta di stare con i figli a tempo pieno: sarebbe pedagogicamente errato, oltre che impossibile. Si tratta, molto più semplicemente, di avviare politiche per l’infanzia e per i giovani veramente efficaci (si pensi all’utilità di disporre di orari di lavoro flessibili o di part time senza rilevanti decurtazioni di salario, per esempio). Si tratta, dal punto di vista educativo, di introdurre nelle scuole programmi permanenti di educazione alla genitorialità rivolti agli adulti e programmi di educazione alla gestione delle emozioni per gli alunni.

Di contro, si assiste invece all’introduzione nelle scuole di corsi di computer e di progetti formativi del tutto avulsi dalle reali e pressanti esigenze dei bambini e dei giovani.

Attuare programmi di educazione alle emozioni nelle scuole significa insegnare agli allievi, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, a identificare e gestire il proprio mondo emozionale, in quanto si ritiene tale competenza il più potente fattore di protezione circa lo sviluppo di disagio in generale e di dipendenze patologiche in particolare in età adolescenziale.

Tale competenza può essere insegnata e favorita tramite un insieme di tecniche, strategie ed unità didattiche di graduale alfabetizzazione alle emozioni. Tali tecniche possono essere utilizzate dagli insegnanti dopo un’articolata formazione teorica e pratica. Devono essere utilizzate in base all’età degli alunni e agli obiettivi specifici che si vuole raggiungere.

Queste tecniche, già sperimentate in molte realtà scolastiche italiane, il cui programma complessivo viene oggi denominato “Didattica delle emozioni”, non sono interventi miracolosi e non presuppongono neanche il raggiungimento di obiettivi immediati. Consistono prevalentemente nel favorire un costante allenamento alla migliore decodifica ed alla più opportuna modulazione delle proprie sensazioni, dei propri stati d’animo e delle proprie emozioni.

L’obiettivo ultimo che si vuole perseguire consiste nel rendere i bambini e i giovanissimi capaci di utilizzare le proprie “droghe interne” (emozioni) senza spaventarsi, ma avvalendosene per il migliore adattamento all’ambiente.

Se si riuscisse ad allenare i soggetti in età evolutiva, a prendere contatto con la propria  dimensione più profonda, a scuola ed in famiglia, questi avrebbero più opportunità di costruire rapporti significativi, di essere più autonomi e di sviluppare un’autostima così da evitare il più possibile disagi e pericoli.

Oggi queste teorie e questi interventi sono supportati da ricerche e nuove scoperte nell’ambito della neurofisiologia e della neurobiologia, culminate qualche anno fa con la scoperta dei neuroni specchio, vere e proprie antenne dei bambini, in grado di sintonizzarsi e interfacciarsi con le intenzioni, le emozioni e gli stati d’animo degli adulti affettivamente significativi.

In via sperimentale, presso un Istituto comprensivo dell’Emilia Romagna, è stato predisposto un questionario di verifica a due campioni di soggetti tra i 14 e i 17 anni. Il primo campione  formato da 402 soggetti aveva partecipato tre anni prima ad un programma di educazione emotiva per almeno due anni; l’altro campione di 368 soggetti, omogeneo al primo per età ed estrazione sociale, non aveva partecipato ad alcun programma.

Alla domanda “Ti è capitato di utilizzare canne o pasticche almeno una volta?” la percentuale dei ragazzi che ha risposto affermativamente si è attestata più o meno sullo stesso livello: 46% nel gruppo sperimentale, 48,5% nel gruppo di controllo.

Alla domanda “Ti è capitato di utilizzare canne o pasticche quasi tutti i sabato sera per molte settimane di seguito?” la percentuale dei soggetti appartenenti al gruppo sperimentale che ha risposto affermativamente è crollata all’8,2%, mentre è rimasta la 23,5% la percentuale di chi, appartenente al gruppo di controllo, ha risposto affermativamente.

Alla domanda “Ti è capitato di utilizzare canne o pasticche quasi tutti i giorni per un periodo di almeno tre mesi o più?” la percentuale del primo gruppo  si è abbassata considerevolmente fino al 2,3%, mentre è rimasta al 15,8% la percentuale  dei soggetti del secondo gruppo.


Al di là dei dati e della ricerca ancora troppo empirica per avvalorare ipotesi scientifiche in tale ambito, si ritiene importante realizzare, monitorandoli, programmi di prevenzione primaria per affrontare i nuovi disagi dei giovani.

La “Didattica delle emozioni” costituisce solamente un modo, ludico, semplice e a costi bassissimi, per attivare canali di comunicazione con il mondo dei bambini e degli adolescenti altrimenti destinati alla sclerotizzazione; un modo per ascoltarli, capirli e dare loro l’opportunità di esprimersi prima che i loro bisogni diventino patologia.


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