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PICCOLI IMPERATORI CRESCONO

 Per secoli la struttura della società è rimasta pressoché invariata. Le istituzioni, la famiglia, i rapporti di lavoro e di produzione sono stati sempre regolati da norme e tempi definiti.

Perfino le fasi del ciclo di vita erano stabilite con scansioni temporali predefinite: l’infanzia terminava intorno ai 10, 12 anni; l’adolescenza durava pochissimo e già a 14 anni si era uomini e donne adulti, pronti a procreare, a lavorare e a guerreggiare.

In alcune tribù degli indiani d’America l’adolescenza durava addirittura un giorno; un giorno molto intenso e speciale durante il quale il giovane doveva superare una dolorosissima prova di coraggio. Superata la prova al cospetto dell’intera tribù, il bambino diventava un guerriero adulto, autonomo, pronto ad accoppiarsi per generare figli.

Non è certo un quadro idilliaco dell’infanzia e dell’adolescenza; né d’altra parte è mai esistito un tempo nella storia dei popoli in cui i bambini siano stati trattati con delicatezza. Sono stati invece più spesso sfruttati, abusati, abbrutiti, picchiati, asserviti.

Tutto questo oggi, almeno nella nostra parte di mondo, non è più così (almeno per la maggior parte dei bambini): ci sono più garanzie, più diritti, più benessere, minore sofferenza.

Da una società semplice, immutabile e caratterizzata da scarsità (di ricchezza, di cibo, di diritti, di salute) si è passati in pochi decenni ad una società complessa, cangiante, ipercinetica e caratterizzata da abbondanza e opulenza.

Meglio così.

Nella trasformazione tuttavia si sono persi importanti punti di riferimento.

Tra tutti, uno mi sembra di estrema rilevanza: il rapporto con i figli.

Per mantenere l’opulenza (cioè per comprare le merendine ai cereali, le scarpe da ginnastica con le lucette che si accendono mentre si cammina o la maglietta firmata) c’è bisogno di lavorare, produrre, correre, sbrigarsi.

I figli vanno tenuti bene. Vogliono il telefonino di ultima generazione, il computer al plasma e poi bisogna pagare la quota per la piscina, la palestra o per la scuola di pianoforte.

Quante cose bisogna fare!

E poi c’ è il lavoro, sempre più impegnativo.

E poi la spesa, il traffico, parcheggiare.

E poi cucinare, lavare, riordinare la casa.

Non si arriva mai.

Non c’è mai tempo, neanche per riposarsi.

C’è poi un altro fenomeno, per certi versi complementare alla mancanza di tempo.

L’adolescenza, il periodo di tempo in cui i figli, non più bambini rimangono dipendenti dalle famiglie (per questioni economiche, ma anche per fattori di semplice convenienza) si dilata sempre di più. Ormai è normale essere adolescenti anche a 25 anni, a 30 anni. A volte si “rimane a casa” fino a 40 anni ed oltre. Prima ancora, prima di essere adolescenti, i bambini vivono la frenesia dei genitori che non hanno tempo, con altrettanta frenesia, non scelta però, ma imposta.

I genitori, proprio perché devono produrre e lavorare, non hanno tempo di stare con i loro figli, quindi si arrampicano sugli specchi per allocare i bambini dovunque: finita la scuola li trasportano, sempre in gran fretta, dall’inse­gnante di musica, al campo di calcio, in piscina.

Da una parte si dilata a dismisura il tempo di essere e rimanere figlio “a carico”, dall’altra i genitori non hanno più tempo per stare con i propri figli.

In questa situazione, quasi paradossale, si crea un vuoto: un mare di non incontro (tra genitori e figli) dove bambini, ragazzini e adolescenti nuotano, annaspano, a volte si perdono per la paura di non farcela.

Su questo stato di cose, già di per sé problematico ed inedito, si innesta un altro meccanismo altrettanto complesso e preoccupante.

Si parlava di società opulenta. Tale opulenza fa interiorizzare a molti bambini grandi aspettative, se non altro perché le attenzioni materiali che ricevono sono pressoché infinite: giocattoli, divertimenti, cibi sempre più sofisticati e saporiti, indumenti caldi e colorati. E poi la televisione, i cartoni, i videogiochi; si può dormire perfino nel lettone tra mamma e papà.

I bambini tendono così a percepirsi come degli idoli, dei piccoli imperatori-prodigio, illudendosi della possibilità di proseguire nella crescita sempre al centro delle attenzioni, protetti e tutelati da ogni dolore, da ogni possibile frustrazione.

Si è creata, per certi versi, una generazione che ha vissuto, e vive tuttora, un’infanzia completamente ovattata e anestetizzata rispetto al dolore, al conflitto ed alla possibile perdita. Ragazzi che hanno interiorizzato il diritto, senza mediazione e senza fatica, di fruire di relazioni fortemente nutrienti, rispecchiamenti idilliaci, riconoscimenti del tipo “tutto e subito”.

Questi adolescenti saranno a forte rischio di mortificazione in quanto le aspettative precedentemente interiorizzate (il bambino imperatore) produrranno solamente fragilità emotiva ed affettiva. Basterà infatti il dolore percepito in seguito ad un fallimento sportivo, ad un cattivo voto, alla delusione amorosa a far crollare le illusioni, producendo sintomi, malattia, catastrofe.

Per lenire questa angoscia molti giovani utilizzano le droghe e l’alcool; altri, soprattutto le femmine, si aggrappano al cibo, privandosene fino a morire o abbuffandosi fino a scoppiare nel tentativo di non sentire l’insostenibile pesantezza del non essere. Ma questa è già un’altra storia.

Prima di ammalarsi in una delle tante forme di dipendenza (da droghe, da alcool, da cibo, da videogiochi, ecc.) i bambini soli tentano di farcela autonomamente, percorrendo varie traiettorie.

La situazione esistenziale che sempre più spesso molti figli si trovano a dover vivere può essere schematizzata così:

 

-        molte attenzioni materiali;

-        poca relazione a causa della mancanza di tempo da parte dei genitori;

-        poco contenimento e poche regole (gestire le regole educative implica disponibilità e tempo);

-        programmazione continua e pressante della scansione temporale delle attività dei bambini (musica, danza, piscina, ecc.).

 

Queste quattro dimensioni (mercificazione, non incontro, poco contenimento, castrazione del comportamento esplorativo) provocano, intersecandosi, forti ripercussioni sulla crescita dei bambini.

Accedere ad un surplus di beni materiali può comportare dunque nei bambini la formazione di un sé “grandioso” che poco può mediare con le normali asperità del quotidiano.

È diffusa tra i genitori la convinzione, per esempio, che ai figli non debba mancare nulla, che non devono soffrire, che non devono mai piangere.

Se da un punto di vista generale tale convinzione è giusta e auspicabile, nei fatti concreti si arriva a dei veri e propri paradossi. Molti bambini sono accontentati in tutto; si compra loro tutto e si cede ad ogni richiesta anche la più bizzarra e improbabile.

Ricolmi di giocattoli e di ogni altro ben di dio, non riescono a modulare una propria capacità di desiderare e ogniqualvolta percepiscono anche una leggera frustrazione urlano e piangono affinché la frustrazione, il conflitto, la discrepanza si annullino subito.

Nel ruolo forzato di piccoli imperatori si comportano nell’unico modo a loro concesso: chiedono, vogliono, esigono.

Spesso i genitori si sentono vittime di questi tiranni, dimenticandosi che sono proprio loro i maggiori azionisti dell’impero. Pur di non sentirli urlare, imprecare e frignare, si mettono a totale disposizione, riempiendo i figli di merci e cose che aumenteranno invece solo la rabbia, innescando di fatto circuiti viziosi e pericolosi: i figli vogliono, i genitori danno; i figli, ancora più arrabbiati, vogliono di più.

I genitori sono pronti a giurare che i figli del nostro tempo sono viziati. In realtà non sono viziati perché hanno troppo, ma perché sentono poco. Sentono poco il limite della gratificazione, la validità di una relazione significativa, la forza di un buon contenimento affettivo ed emozionale che li aiuti a modulare le pulsioni.

Basterebbe dire di “no” fin da quando sono piccoli, ma questa parolina magica, si sa, può essere molto impegnativa.

Un giorno, vedendo un bambino di cinque anni di mia conoscenza che apriva le bustine di figurine (non ricordo di quale serie) con una tale velocità ed ansia da non guardarle neanche, gli chiesi come mai avesse così fretta di catalogare le sue figurine.

Senza smettere neanche per un attimo la frenetica attività rispose:

“Sono tante, sono troppe; devo tirarle fuori prima che finiscano”.

Il mio piccolo amico non si preoccupava neppure di identificarle e verificare se già fosse in possesso di questa o quella figurina, oppure se mancavano alla sua collezione. La sola cosa che contasse per lui era l’azione di consumarle, l’atto di terminare la pulsione, di finire un gioco senza senso, né desiderio.

Quel giorno, rimanendo ad osservare quel bambino intento a scartare con tanta frenesia le figurine, il mio pensiero andò alle mie figurine di un tempo, quelle dei calciatori di tanti anni prima. Si andava all’edicola con trepidazione e, come in un rituale magico e sacro, le poche figurine acquistate si “spillavano” con timore e speranza, in una sorta di sfida al destino e alla fortuna. I “doppioni” si scambiavano; i “pezzi pregiati” valevano una fortuna. Si mercanteggiava, si perdeva, si vinceva, si imparava a relazionarsi intorno agli idoli del calcio. Insieme si costruiva il desiderio, si affrontavano le frustrazioni, si giocava con gioia.

Il surplus di merci cui possono accedere i bambini di oggi è talmente elevato da essere costretti al consumo senza la possibilità di sentire emozioni e sensazioni.

Da una parte si sentono padroni del mondo (possono avere tutto, basta chiedere), dall’altra si anestetizzano gradualmente in quanto, bombardati da così tanti stimoli, non hanno la possibilità di desiderare, quindi di progettare e proiettarsi verso il futuro.

Vincolati al tutto e subito diventano dei piccoli narcisisti fragilissimi, incapaci di assaporare il gusto della vittoria e ancor più di affrontare la frustrazione della perdita e del conflitto.

 

(Tratto da “Alunni cattivissimi: come affrontare il bullismo, il vandalismo, l’iperattività e altro ancora”. Di Ulisse Mariani, Franco Angeli Editore).


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