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NON CI SONO PIU' GLI ALUNNI DI UNA VOLTA

Non è un luogo comune. E’ una constatazione purtroppo condivisa da tutti gli insegnanti e ripetuta spesso con una amarezza così ampia da creare sconforto e sconcerto diffuso.

Non ci sono più gli alunni di una volta.

Si pronuncia ripetutamente questa frase pensando alla differenza tra “il prima” (meno di dieci,  venti anni fa) e l’oggi. Tutti gli anni, ad ogni “leva” di alunni, sembra ci sia una diminuzione di motivazione, di capacità cognitive, di disciplina e rispetto.

Aumentano invece iperattività, svogliatezza, pigrizia, prepotenze e problemi di ogni genere.

Che sta succedendo alle nuove generazioni?

A fronte di uno sviluppo e di un benessere davvero notevoli, apportati da tante importanti scoperte scientifiche e dalla tecnologia, la società ha dovuto forse pagare qualcosa.

Tecnologia, scienza e produzione di merci hanno bisogno di lavoro, investimenti, impegno, tempo e sacrificio.

La società occidentale, soprattutto negli ultimi decenni, si è dovuta modificare notevolmente per sostenere questo sforzo di produzione e di mantenimento del livello del benessere.

I rapporti di lavoro si sono modificati; la struttura sociale delle aree rurali si è rarefatta, mentre quella delle città si è iperconcentrata fino a congestionarsi.

Il tempo si è drasticamente ridotto; stress, fatica e difficoltà nei rapporti sono aumentati in modo vertiginoso.

Mai nella storia dell’umanità si è assistito a cambiamenti strutturali così veloci ed imponenti in un così breve lasso di tempo.

A fronte di tanto benessere si stanno però contraendo in modo preoccupante le relazioni umane.

Si ha sempre meno tempo per stare in casa, per parlare, giocare, riposarsi e perfino mangiare.

Si è sempre di corsa: la spesa, il parcheggio, il traffico, le file.

In questo nuovo scenario i bambini, i giovani e i giovanissimi, come al solito, ci rimettono di più.

L’itinerario evolutivo delle nuove generazioni non è tuttavia così meccanico, ma è più complesso.

Non si tratta di infanzia abbandonata in nome del progresso, né di bambini immolati sull’altare del mercato.

I figli oggi, addirittura prima di affacciarsi alla vita extrauterina, sono sommersi e saturati da merci, beni e relazioni di ogni genere.

Pannolini caldi e morbidi; giochini colorati, sonori e piacevoli al tatto; cibo sempre pronto e in abbondanza. Qualunque esigenza è evasa in pochi secondi; qualunque bisogno ha una risposta esauriente e immediata.

Basta che il bambino pianga e tutti corrono per sfamarlo, coccolarlo, parlargli, consolarlo, prenderlo in braccio, ridurgli ogni possibile tensione psicofisica.

Crescendo, aumenta il livello di saturazione di beni e merci di ogni genere.

E per soddisfare qualsiasi bisogno basta piangere, urlare o appena frignare: i bambini lo imparano presto.

Fino a credere di essere onnipotenti: hanno tutto, lo possono avere subito, a volte addirittura prima di desiderarlo.

Il loro impero è esclusivo ed unico, al massimo da condividere, a malincuore, con i fratelli.

Come tutti gli imperi, però, anche quello materiale ed affettivo dei bambini volge inesorabile verso la caduta.

La seconda parte dell’infanzia, coincidente generalmente con l’entrata a scuola, si caratterizza per una vorticosa caduta delle attenzioni e dell’esclusività.

La mamma ricomincia a lavorare, gli impegni extrafamiliari tornano ad essere pressanti, i ritmi di lavoro estenuanti.

Sbattuto qua e là, deportato a forza da una palestra ad una piscina, luoghi così diversi dall’intimità della propria casa e mollato sempre più spesso alla babysitter di turno, si sentirà sbrigativamente abbandonato, senza neanche saperne il motivo.

La ferita narcisistica che svilupperà se la porterà inevitabilmente a scuola, recuperandola attraverso una buona socializzazione con i pari o aumentando la rabbia, il dolore, l’inibizione e la paura se non riesce a trovare surrogati affettivi adeguati.

Troppo nei primi anni e troppo poco dopo, all’improvviso.

Da imperatori incontrastati, molti bambini si percepiscono ad un tratto ingombranti, di peso, quasi di troppo al confronto dell’incedere caotico e frenetico dei genitori, tutti presi dal misterioso mondo del lavoro e di chi sa cos’altro ancora.

La saturazione di merci e beni alla quale accedono (facciamo accedere) i bambini è talmente imponente da renderli più fragili: dà l’illusione dell’impero, favorisce l’onnipotenza. Un impero ed un’onnipotenza talmente illusori però (perché fatti prevalentemente di merci da consumare) da saltare alle prime frustrazioni.

E le frustrazioni, come abbiamo visto, arrivano presto e toste.

Forse nel passato la scarsità di merci, di beni e di giocattoli induceva i bambini a inventare, a esplorare, a costruire, a fantasticare e a desiderare.

Attraverso l’esercizio di queste competenze, oggi inibite dalla saturazione dei livelli di gratificazione e dall’eccessiva programmazione dei tempi e delle attività dei bambini, da un lato i figli evitavano la formazione di sentimenti di onnipotenza e dall’altro erano in grado di percepire meno eventuali abbandoni, frustrazioni e conflitti, anche se questi potevano essere di rilevante entità.

Non si stava meglio prima, ma evidentemente erano diverse le dinamiche di crescita, di sviluppo e di conflitto.

E’ come se i bambini di una volta navigassero su piccole e insicure barchette fornite però di vari salvagente. Oggi navigano su panfili di lusso, dorati e sicuri, senza però alcuna scialuppa di salvataggio.

Non ci sono più gli alunni di una volta.

Arrivano a scuola con il loro panfilo dorato, ma possono arrivare anche con l’angoscia di poter affogare.

I segni che generalmente evidenziano la differenza tra una“leva” ed un’altra di alunni riguardano il minor rendimento scolastico, la scarsa capacità di concentrarsi e di attenzione, la difficoltà di seguire le regole, la suscettibilità alla noia, l’intolleranza alla frustrazione dell’attesa, l’incapacità di perseguire obiettivi progettuali e, soprattutto, la caduta della motivazione in parecchie aree della vita scolastica.

Ogni anno sembra che bambini e ragazzi abbiano meno voglia di studiare, di sacrificarsi, di ascoltare.

D’altra parte, anche i rapporti con le famiglie degli allievi sono cambiati: ad un maggior interesse dei genitori circa il rendimento (“ha imparato a leggere mio figlio?”, “è bravo?”) corrisponde una caduta a picco dell’interesse verso altre variabili più psicologiche riguardanti il benessere dei propri figli.

 Sono rare le domande del tipo “come si trova mio figlio in questa classe?” oppure “come le sembra che stia mio figlio? E’ sereno? Ha qualche problema? Lo dobbiamo aiutare? Dobbiamo essergli più vicino? Come genitori siamo troppo invadenti?”

Molto spesso le famiglie sono sbrigative anche nel delegare il figlio al mondo della scuola, quasi che considerassero la scuola come una grande camera di decompressione della fatica e delle incombenze genitoriali, pronte poi a criticare aspramente ogni atto educativo, qualora fosse troppo autorevole o poco permissivo..

Il bambino “onnipotente”, caduto e ferito, porta così a scuola la sua rabbia o la sua inibizione, trasformando lo studio e la condotta in un braccio di ferro estenuante con la propria famiglia e con gli insegnanti.

“Gli adulti non mi vogliono? e allora io spacco tutto, mi drogo, bevo, picchio i compagni, non rispetto le regole, non studio, faccio quello che voglio”.

Questo itinerario non è certo cosciente né, per fortuna, succede sempre così.

Il più delle volte gli alunni si adattano, studiano, fanno quello che possono; sono anche sicuramente amabili, simpatici e creativi. Se non opportunamente guidati possono però deviare e stare male con molta facilità.

Forse non ci sono più gli alunni di una volta perché non ci sono più gli adulti di una volta. La caduta della motivazione a scuola delle giovani generazioni è da imputare anche alla caduta dell’autorevolezza di quote crescenti di insegnanti i quali, invece di contrastare le tendenze nichiliste dei ragazzi e della società in genere, colludono con gli alunni  (e con le loro famiglie), esercitando un eccessivo permissivismo e lassismo, pensando che oggi non si debba più sanzionare né si debba più intervenire per correggere condotte inadeguate.

All’interno di questo quadro di riferimento sociale e culturale, ogni docente tuttavia deve sentire la responsabilità  che può incidere sulla crescita dei propri alunni in modo positivo. Esistono nuovi fenomeni da studiare e da affrontare strategicamente, come il bullismo, il vandalismo, l’iperattività, l’ingestibilità, il complesso problema delle dipendenze patologiche, che si strutturano già in età precocissime.

La scuola è parte della realtà e questa realtà è vissuta da tutti i giovani e giovanissimi per molte ore al giorno e per tanti giorni all’anno.

Questa palestra di vita deve essere utilizzata al meglio per allenare tutti a stare meglio

 

 

 



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