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LA SOLITUDINE DI MASSIMILIANO

Massimiliano è stufo di andare a scuola, dove lo attendono ore fatte solo di brutti voti, note sul registro e noiosissime paternali che lo invitano all’impegno, alla motivazione, allo studio e ad una condotta più appropriata e rispettosa. Ogni volta che gli va, piuttosto che l’aula scolastica sceglie la sala giochi del quartiere, tanto nessuno se ne accorge né controlla le sue giustificazioni quasi sempre false.

Quanto allo studio, è da tempo una pratica chiusa.

I pomeriggi li trascorreva in casa con l’amico del cuore, un ragazzo più grande di lui, quasi diciottenne, a giocare con la Playstation e a bere limoncello, il liquore che la mamma tiene sempre per offrirlo ad eventuali ospiti. Fino a che, stufo anche della Playstation e dopo un litigio con l’amico, ha iniziato a trascorrere le giornate fuori casa.

In breve tempo ha conosciuto molte persone, tutti amici con cui parlare e andare in giro, passando da un bar all’altro. Con loro ha scoperto le canne: buone, tranquillizzanti, capaci di dissolvere ogni paranoia. Con i soldi che gli passano i genitori ha iniziato a comprare il “fumo” per utilizzarlo a casa, da solo, nella sua cameretta. Fumare canne in perfetta solitudine gli dà una tranquillità ancora maggiore. Adesso di pomeriggio non esce più, se non per un salto al bar vicino casa solo a comprare qualche grammo di hashish.

Questa mattina, alla sala giochi, si sente strano, un po’ confuso. Percepisce la noia, implacabile, quasi un dolore fisico. Se ne sta davanti un videogioco senza neanche capire bene cosa sta facendo, quando  un ragazzo lo avvicina e, mettendo in funzione un videogioco accanto al suo, comincia a parlargli senza distogliere lo sguardo e l’attenzione dallo schermo.

“Sei già venuto qui altre volte, vero?”

“Sì.”

“Io mi chiamo Roberto.”

“Io Massimiliano.”

“Ti va un po’ di roba?”

“Che roba?”

“Eroina! Che altro?E’ di quella buona, te lo assicuro.”

“No, quella roba mi fa schifo!”

“Come fai a dirlo? L’hai già sniffata?”

“No, ma… non mi va.”

“Non sai cosa ti perdi!”

“Senti… come hai detto che ti chiami? Non insistere: l’eroina non è per me.”

“Semmai te la offro un po’.”

“Ma non capisci? Non uso quella roba.”

“Senti, Massimiliano, facciamo così: io ti do una busta e tu, senza impegno, te la porti a casa. Domani pomeriggio ci rivediamo qui e mi dici.”

“Come vuoi. Se proprio ci tieni…”

“A domani allora.”

Massimiliano rimane con un pezzetto di carta argentata in mano. La mette in fondo alla tasca posteriore dei jeans e riprende il suo videogioco.

La sera, a casa, mentre il padre ascolta a tutto volume il telegiornale tagliando lentamente la sua bistecca al sangue e la madre si lamenta del disordine che regna nella cameretta del figlio, Massimiliano sente più forte quel senso di freddo e di estraniazione. In un lampo gli tornano in mente la scuola, l’amico del limoncello, Viviana, una ragazzina che aveva conosciuto un anno prima e con cui aveva trascorso l’estate. Una bella estate.

“Hai fatto i compiti?”

Massimiliano non risponde neanche, anche perché nessuno gli rifà la domanda.

Non ha neanche finito di mangiare quando si alza per andare in camera.

“C’è qualcosa che non va?”

“No, niente…” tergiversa Massimiliano quasi colto di sorpresa da un così improvviso interessamento. “Tranquilla: ho solo un po’ di sonno”.

“Dormi bene, allora.”

Massimiliano chiude lentamente dietro di sé la porta della cameretta.

 

 

Tratto da “Le emozioni che fanno crescere. Come rendere autonomi e sicuri i nostri figli” di Ulisse Mariani e Rosanna Schiralli, Mondadori, 2007.



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