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LA CURA DELLE EMOZIONI

Che l’integrazione sociale e le buone relazioni abbiano un impatto positivo sulla salute pubblica non è certo un mistero, ma forse rimangono ancora elementi sottovalutati, considerando l’enorme peso delle case farmaceutiche sui nostri stili di vita.

Si tende infatti a medicalizzare e a rendere curabile con il farmaco ogni tipo di malessere, dimenticando di valorizzare altri aspetti (cosiddetti psicosociali) che ci farebbero sentire più felici e quindi più in salute.

E’ fuor di dubbio che la medicina e la farmacologia abbiano allungato la vita e reso l’esistenza migliore a gran parte della popolazione mondiale: basti pensare ai vaccini, agli antibiotici, ma anche agli antidolorifici, alla chirurgia mini invasiva.

Eppure la moderna epidemiologia, attraverso una mole imponente di studi e ricerche, sta dimostrando che la salute e l’aspettativa di vita non sono in correlazione  con la concentrazione e la disponibilità dei presidi sanitari: i paesi più sviluppati, come ad esempio gli USA, hanno una aspettativa di vita più corta rispetto ai paesi del mondo occidentale con meno opportunità sanitarie e servizi, come per esempio la Grecia.

Perché un paese che spende in salute più di un altro può avere risultati peggiori in termini di salute?

Una risposta ci viene da un’interessante ricerca svolta qualche anno fa attraverso un’analisi scientifica realizzata sulle autobiografie di un gruppo di giovani suore degli anni ’30. E’ stata trovata una forte correlazione tra le emozioni positive espresse e la longevità: il 90% delle suore che nei diari avevano comunicato meno emozioni positive e disagio nella relazione con se stesse e con gli altri erano in vita solo nella misura del 34%.

Dal punto di vista sperimentale è da notare che il gruppo delle suore era estremamente omogeneo per stile di vita, alimentazione e ogni altra variabile.

Negli ultimi anni molte altre ricerche hanno dato valore a questa correlazione: il benessere emotivo allunga la vita meglio di ogni altra concentrazione di presidi sanitari e offerte mediche e farmacologiche.

Mentre l’industria farmaceutica crea “nuovi pazienti”, abbassando sempre di più le soglie oltre cui si viene dichiarati malati o mettendo in atto campagne terroristiche circa epidemie “fulminanti”, la cultura del benessere e della prevenzione è lasciata in mano a effimeri Fiori di Back o a sterili diete sempre uguali a se stesse.

E’ necessario dunque che le politiche sanitarie si accorgano dei nuovi fattori di protezione, cercando di favorirli e implementarli, inoltre, con una drastica riduzione della spesa pubblica.

Ancora una volta occorre mettere al centro della nostra cultura la cura delle buone emozioni e delle buone relazioni.

La chimica  brevettabile delle imprese farmaceutiche è una grande conquista dell’umanità; non dobbiamo dimenticare che esiste però un’altra chimica, non brevettabile, a disposizione di ogni essere umano. Questa (la chimica delle emozioni) va incoraggiata, sviluppata, facilitata, perfino contagiata come la più capillare delle epidemie.

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