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INSEGNARE: CHE FATICA!

Che sempre l’insegnamento sia stato un lavoro faticoso cominciano a capirlo in parecchi.

 Fino a poco tempo fa infatti attorno a questa professione circolavano molti luoghi comuni: hanno tre mesi di ferie all’anno; a Natale e Pasqua se la spassano tranquillamente a casa; lavorano poche ore a settimana.

Finalmente ci si rende conto che siamo davanti ad una classe di lavoratori in grossa difficoltà, anche se ciò non è di conforto per i docenti.

Come tutte le professioni ad alta esposizione relazionale infatti, l’insegnamento affatica emotivamente, in quanto presuppone il “pescare” da se stessi ogni mattina quelle competenze, motivazioni ed emozioni utili a stabilire i migliori contatti tra sé e gli alunni.

E’ spesso necessario mettere da parte i problemi personali, le proprie difficoltà, le ansie, cercando di mostrarsi sempre disponibili, senza cadere nell’eccesso opposto del permissivismo e dello stare sempre a disposizione.

Poi ci sono gli alunni: unici, con caratteristiche, sensibilità e problemi particolari. Problemi di sempre (vivacità, prepotenza, disattenzione, indisciplina), ma anche problemi nuovi, inediti, difficili da evitare e ancor più da affrontare (il bullismo, l’aggressività, il nichilismo, la strafottenza).

Ed ora ci si mettono anche le loro famiglie: spesso dure, sprezzanti con gli insegnanti, pronte a difendere i figli a spada tratta, oltre ogni limite.

Che fare?

Rientra nelle competenze dell’insegnante affrontare queste situazioni?

Insegnare non è soltanto un’operazione di accrescimento informativo: alunni e bambini portano con sé la loro storia personale, caratterizzata da curiosità, desiderio e gioia, così come da paure, difficoltà e disadattamento variamente espresso.

Il salto concettuale da una scuola “insegnante” ad una scuola “educativa” pone ulteriori ma inevitabili fatiche.

La scuola non è una scatola nera dove i bambini entrano, apprendono ed escono educati.

Non sarebbe possibile neppure un sistema di scuola con più input (bambini “diversi” in entrata) ed un output (un solo modello di alunno in uscita).

Situazioni familiari carenti, ambienti sociali degradati, genitori poco presenti e caotici possono incidere profondamente sulla capacità di apprendimento e socializzazione. L’esperienza di discontinuità vissuta dagli alunni all’entrata nella scuola è data dalla difficoltà di riadattare le consuete e consolidate modalità di relazione vissute per lo più all’interno del nucleo familiare, a nuove condizioni ambientali in genere complesse e mutevoli proprie del mondo della scuola.

Il passaggio dalla famiglia alla classe è sempre delicato anche per quei bambini solitamente tranquilli.

In famiglia si sta, in genere, molto bene: ci si sente esclusivi e protetti. A scuola ci sono il gruppo, le aspettative da soddisfare, nuove figure adulte con cui confrontarsi , le regole da rispettare, le frustrazioni da affrontare.

La famiglia può anche però essere un ambiente duro, precario, caotico, dove i rapporti possono essere fragili o aggressivi. La scuola tende invece a favorire rapporti stabili e solidali, a far rispettare le regole, a contenere l’aggressività e a diminuire la caoticità.

Questo delicato passaggio (anzi “i passaggi”: uno per ogni bambino) è mediato dall’insegnante.

Per mediare, trasformare cioè ogni bambino in un alunno in grado di crescere bene, il docente dovrà assumere la delicata funzione di conoscere la realtà interna, esterna, culturale, sociale e ambientale di tutti i suoi alunni e ampliare questa conoscenza ogniqualvolta percepisce un cambiamento o, più semplicemente, nota qualche segno particolare.

Se lo sviluppo della personalità, partendo da una base ereditaria istintuale piuttosto ridotta, consiste in una sorta di fasi successive di montaggio, sulle quali l’ambiente (scuola e famiglia principalmente) inserisce una grande quantità di informazioni cognitive, emotive ed affettive, l’insegnante dovrà tener conto di tutti gli elementi interagenti:


-        la fase di sviluppo di ogni soggetto, i livelli di partenza, la capacità di apprendimento e le potenzialità;

-        la situazione emotiva ed affettiva;

-        le eventuali difficoltà di relazione;

-        la struttura della famiglia e le sue caratteristiche;

-        l’ambiente di provenienza;

-        il sistema scolastico nel suo insieme.


L’acquisizione di competenze e tecniche che mettano l’insegnante in condizioni di affrontare tutto questo diventa fondamentale.

Senza queste competenze si rischia di “navigare a vista” e commettere errori talmente grossolani che, se non parlassimo di cose serie, ci sarebbe da ridere.

Ho sentito chiedermi più volte come mai alunni con insufficienza mentale non sapessero fare le divisioni. Insegnanti arrabbiarsi per l’incapacità di un’alunna depressa (per la morte della sorellina) di buttarsi alle spalle i problemi e cominciare a studiare come Dio comanda. Un intero consiglio di classe bocciare un’alunna in quanto aveva perso temporaneamente la capacità di leggere bene (dislessia) a seguito di un incidente stradale che l’aveva mandata in coma per circa due settimane. Una bambina con mutismo psicogeno essere continuamente sbattuta continuamente fuori la classe per punizione e per stimolarla a parlare.

Il libro bianco sulle nefandezze può essere molto lungo, ma è meglio fermarsi qui.

Oltre a questo tipo di incompetenze ce ne sono molte altre più sfumate, giustificabili, comprensibili, ma altrettanto gravi.

Spesso è sufficiente una valutazione troppo superficiale, una delega al sostegno troppo sbrigativa o, al contrario, troppo tardiva (la bambina con mutismo arrivò fino al primo anno di scuola media senza sostegno), una disponibilità pedagogica fluttuante o un eccesso di permissivismo, a segnare l’inizio di una carriera deviante o a consolidare i disagi, trasformandoli in disadattamento.

E’altrettanto vero che i docenti non devono improvvisarsi medici, psicologi, sociologi o psichiatri, anche se con queste professionalità dovranno interagire e lavorare per formulare assieme programmi educativi individualizzati.

La professione insegnante è cambiata ed è senz’altro più complessa: la formazione, malgrado gli sforzi degli ultimi anni, va ancora organizzata, completata e, soprattutto, sedimentata.

Fondamentalmente occorre essere in grado di capire e valutare i differenti contesti da cui si originano i bisogni dei bambini; avere la competenza di affrontarli con tutte le tecniche, le strategie e le procedure che ci sono (perché esistono e risultano valide); sapere ciò che occorre fare e spesso non fare, qualora si abbiano in classe alunni con delle difficoltà.

E’ indispensabile possedere una disponibilità non comune per ascoltare, valutare ed intervenire adeguatamente.

Non bisogna poi mai dimenticare di mantenersi sempre autorevoli, senza mostrarsi lassisti e permissivi a costo di scontrarsi con le famiglie.

 Gli alunni, specialmente della scuola primaria, usano spesso linguaggi non verbali espressi di solito attraverso il corpo ed i sintomi.

Quando sono più grandi possono esprimersi attraverso condotte disadattate e disfunzionali.

E’ indispensabile ascoltare, decodificare e capire.

La conoscenza è proporzionale alla possibilità di dilatare il contesto del proprio alunno. Nella misura in cui il docente ha l’opportunità e la capacità di operare su più contesti (il bambino, la famiglia, le istituzioni, il territorio), la sua attività educativa produrrà soggetti più sani.

Che fatica insegnare!

Sempre più spesso i docenti si trovano in situazioni educative complesse e difficili da gestire: fenomeni di bullismo, l’iperattività, la caduta a picco di ogni motivazione e senso di appartenenza, rabbia variamente espressa e chiusura sono situazioni con le quali ogni insegnante deve fare i conti tutte le mattine nell’angusto spazio-classe e nel breve tempo-lezione.

Anche se faticoso, conviene attrezzarsi: la posizione minimalista “io insegno e basta” non paga più. E’ fuori tempo, è fuori ogni logica reale, paradossalmente espone maggiormente il docente allo stress, alla frustrazione e al burn out.

Quali competenze allora?

Almeno dieci:


-        conoscere la materia che si insegna (sembra una cosa scontata, ma non sempre lo è);

-        sapere ascoltare gli alunni;

-        cogliere in tempo i segnali del loro disagio;

-        sapere sempre cosa si deve fare quando si evidenzia un problema o esplode una crisi;

-        cogliere i fenomeni emergenti del mondo giovanile (le mode, i modi, i linguaggi);

-        avere una certa conoscenza della psicologia dello sviluppo, aggiornandosi spesso sugli ultimi studi;

-        progettare strategie ed interventi adeguati per affrontare i problemi (ci sono molte “buone pratiche” da adattare alle vostre esigenze);

-        sperimentare procedure e protocolli d’intervento;

-        verificare sempre quanto si sta facendo;

-        avere passione, autorevolezza e la capacità di affascinare.


Si tratta di competenze poco tecniche e molto attitudinali da affinare e collaudare attraverso confronti, collaborazioni e formazione di un certo livello: una formazione intesa come sperimentazione di progetti educativi condivisi, interessanti, innovativi ed entusiasmanti in quanto finalizzati alla crescita dell’intera comunità scolastica.

Sì, insegnare è proprio faticoso.

I tempi sono cambiati; gli alunni, come spesso si dice, non sono più quelli di una volta. Così pure le loro famiglie.

Anche alcuni disagi sono diversi o addirittura inediti: si pensi ad esempio alla caduta del senso di appartenenza di molti giovani alle “istituzioni” (scuola, società e famiglia), la quale comporta l’accelerazione esponenziale ad alcuni fenomeni quali le dipendenze patologiche.

Ma non ci si aspetti che una riforma, magari la prossima o la successiva ancora, aggiusti le cose.

La disponibilità interna, l’empatia, l’autorevolezza non si attivano a colpi di legge o di riforme.

Sono qualità preziose che vanno coltivate nel tempo.

Con pazienza e caparbietà.

Altrimenti la fatica sarà sempre più insopportabile e qualunque aumento di stipendio sarà sempre troppo esiguo.


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