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IL VOLO DELL'AQUILA

 

In questi giorni è entrato in tutte le nostre case il dramma dell’Abruzzo. Le case distrutte, le bare allineate, lo sbigottimento sul volto della gente ci hanno ricordato ancora una volta quanto la vita sia effimera.

Tra tutti i servizi trasmessi in televisione, uno in particolare si è differenziato nei contenuti e nei commenti. I terremotati intervistati (verosimilmente quelli che non hanno perso i propri cari) hanno riferito di stare bene, pur nelle difficoltà logistiche immaginabili, e di stare assaporando una nuova dimensione di vita: una dimensione di condivisione, di intimità, di solidarietà e di relazioni mai esperite fino ad ora. Anziani, bambini e adolescenti appaiono essere i maggiori beneficiari di questa nuova dimensione: la città, nel trasformarsi in un vero villaggio globale (non virtuale) sembra riassumere invece le connotazioni della vecchia agorà, promuovendo scambi, connessioni, empatia. Gli anziani riprendono il ruolo di saggi e di punti  di riferimento, scrollandosi la solitudine di dosso; gli uomini e le donne si relazionano con più profondità e più autenticità, dimenticandosi di vecchi conflitti e rancori; i bambini e gli adolescenti, senza più Internet, televisione, Facebook e giochi elettronici, (ri)assaporano il gusto della scoperta, dell’incontro e, stranamente, della realtà, sia pur difficile come in questo momento.

Cosa è successo? Effetto camping? La gioia per essere scampati alla morte? La sensazione di essere ancora vivi? Forse tutto questo, ma è probabile che alla base di tutto ciò vi sia un fenomeno molto particolare: il terremoto ha semplicemente “fermato” il tempo, riconsegnandolo ai veri attori del tempo. Lo si vede all’interno delle case sventrate; lo si vede nelle piazze deserte; lo si sente dal silenzio delle strade e dei vicoli. Fermato il tempo a quella notte tra il 5 e il 6 aprile, dopo la prima emergenza e oltre il lutto, la vita ha cominciato a brulicare nelle tendopoli, nel correre dietro un pallone, in una partita a briscola o in un ritrovato sentimento di unità, di condivisone e di cooperazione. Ognuno, a tempo fermo, ha potuto ritrovare la capacità di sentire l’Altro, provando sensazioni, sentimenti ed emozioni che nella nostra società, ipertecnologica e iperattiva, si stavano perdendo.

Nelle varie interviste i giovani sono apparsi sorridenti, quasi rilassati, e contenti di non utilizzare più il computer, ma di andare di tenda in tenda a chiamarsi, per parlare, per passeggiare, per stare insieme e ricostruire il proprio futuro.

In questo dramma, tra le rovine, la morte e i disagi, è pur possibile ottenere un suggerimento: si cresce meglio stando fianco a fianco piuttosto che rincorrendosi l’un l’altro, cercando sempre inutilmente di battere il tempo. Occorrerebbe impegnare del tempo ad insegnare ai nostri figli a perdere il tempo per ricercarlo di nuovo, affinché possano imparare a declinarlo secondo una dimensione emotiva, anziché sempre e soltanto cognitiva e operativa basata sulla prestazione.

In definitiva, occorre insegnare a un figlio a prendersi il tempo necessario per crescere.

Speriamo che, nella ricostruzione, il volo dell’Aquila ci lasci anche questo insegnamento.


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