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I FIGLI CI LEGGONO (QUASI) NEL PENSIERO

Da sempre le scienze dell’educazione, della psicologia dello sviluppo e gli studi sull’infanzia e l’adolescenza hanno dibattuto circa la migliore modalità per uno sviluppo ottimale della personalità dei soggetti in età evolutiva.


Nel corso del tempo sono stati numerosi (e spesso non in accordo tra loro) gli approcci al tema e le teorie, tanto da sviluppare mode, tendenze e controtendenze non sempre rispondenti ai reali bisogni dei bambini e dei ragazzi.
La confusione su queste tematiche è aumentata soprattutto quando i ritmi accelerati e lo stress caratteristici degli ultimi tempi hanno prodotto una serie di luoghi comuni sull’educazione, funzionali più alle esigenze degli adulti che a quelle dei figli: il lavoro, la carriera, la realizzazione professionale, gli impegni e il tempo sempre più contratto hanno via via sviluppato e addirittura organizzato una serie di false teorie e luoghi comuni molto radicati, difficili da scalzare e da modificare.


Una discreta quota di persone è convinta infatti che ai figli debba essere concesso tutto, non si debba far mancare nulla, non si debbano dare troppe regole e che fino ad una certa età (all’incirca 3-4 anni) siano completamente inconsapevoli della realtà esterna, tanto da non riuscire a capire quanto sta succedendo intorno a loro.


Si è convinti altresì che il malessere, il disagio e le condotte disadattate degli adolescenti con il crescere vadano quasi sempre incontro ad una remissione spontanea: basta solo aspettare che passi e sopraggiunga un po’ di maturità.


Mentre riviste ed opinion leader del’ultim’ora tentano di offrire ricette e formule preconfezionate e i contributi scientifici tradizionali non riescono a modificare le condotte educative nella direzione di un migliore approccio ai figli, studi recentissimi e le più avanzate ricerche in questo ambito stanno offrendo risultati, e quindi indicazioni, di portata notevolissima, addirittura rivoluzionaria.


Qualche anno fa è stata scoperta nel cervello una nuova classe di neuroni, detti specchio (neuro mirror), i quali si attivano non solo quando un soggetto compie un’azione, ma anche quando vede compiere un’azione: è come se ognuno di noi fosse provvisto di un simulatore interno che gli consente di sentire quello che fa un nostro simile, percependone sensazioni, emozioni e intenzioni. Questi neuroni, insieme ad altre strutture neurofisiologiche del cervello, costituiscono probabilmente la base dell’empatia, competenza posseduta da noi esseri umani per sentire in tempo reale quello che l’altro sta sentendo. Ma la cosa più straordinaria è che questa competenza la possiedono anche i bambini, probabilmente fin dal quarto mese di vita (sembra che il vecchio detto che “i bambini hanno le antenne” sia proprio vero).


La scoperta è rivoluzionaria, paragonabile alla scoperta in biologia del DNA. I bambini, fin da piccolissimi, riescono a percepire l’intenzione degli adulti di riferimento, essendo in grado di sintonizzarsi con gli stati d’animo, con le emozioni e con le sensazioni di chi li accudisce e si prende cura di loro.


Durante la crescita tali competenze possono svilupparsi o meno in base alla qualità dell’interazione tra genitori e figli (l’incontro tra l’attaccamento e l’accudimento è cruciale per lo sviluppo di ogni futuro itinerario di vita).


Questi studi, confermati da sofisticate metodiche di indagine non invasiva quali la Risonanza magnetica funzionale (REM) o la Tomografia a emissione di positroni (PET), abbattono quindi una grande quantità di luoghi comuni sull’educazione e relativizzano numerose teorie psicologiche giudicate fino ad ora incrollabili: i bambini non sono una tabula rasa né possiedono alla nascita caratteri preformati ed ogni figlio, per sviluppare appieno la propria personalità, necessita di realizzare una buona sintonia con gli adulti che lo circondano, affinché possa sentire serenamente e chiaramente che gli altri sentono quello che lui sta percependo. Solamente attraverso rispecchiamenti nutrienti e sintonie decodificabili i figli, fin da piccolissimi, sono in grado di crescere forti e autonomi, sviluppando un attaccamento sicuro foriero di indipendenza, autostima e buona capacità di connettersi con gli altri lungo l’intero arco dell’esistenza.


Una buona educazione emotiva appare quindi il migliore rapporto da istaurare con il proprio figlio per renderlo competente, efficace, autonomo, sicuro e in grado di affrontare con successo le inevitabili frustrazioni della vita. Una sorta di “vaccino” in grado di aiutare ciascun figlio ad evitare quei pericoli che soprattutto nella preadolescenza e nell’adolescenza diventano insidiosi (bullismo, tossicodipendenza, alcolismo, anoressia, bulimia, dipendenza da Internet, ecc…).
La scoperta dei neuroni specchio e della capacità di sintonizzarsi con i genitori è talmente recente che, oltre ai resoconti dei protocolli scientifici di ricerca e ad articoli per addetti ai lavori, non esiste ancora nulla che possa aiutare i genitori e gli educatori a realizzare una buona educazione emotiva sulla base di queste scoperte.


A riempire questo gap culturale tra la ricerca più avanzata e gli “utenti ultimi” (i genitori), nella seconda metà di marzo uscirà per Mondadori il primo manuale per genitori ed educatori che tratterà queste tematiche, offrendo prevalentemente consigli pratici (dall’allattamento alle regole, dalla gestione della rabbia all’addormentamento, dal rapporto con la scuola al gioco e altro ancora) per realizzare la migliore sintonia emotiva tra il mondo degli adulti e quello dei figli. Un manuale assolutamente inedito che tenta di coniugare la ricerca più avanzata con le esigenze più impellenti e urgenti dei genitori e degli educatori.


Il testo, dal titolo Mio figlio mi legge nel pensiero. Realizzare la sintonia emotiva tra genitori e figli, è scritto dagli Autori di questo articolo.


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