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GUARIRE DALLA PSICOSI

La psicosi è una malattia mentale molto grave, dai sintomi invalidanti che possono rendere la vita del paziente in costante pericolo di crisi e agitazione o, al contrario, ritirata e lontana da ogni possibile relazione vitale con l'Altro.

Le crisi e le ritirate sono spesso caratterizzate da disturbi del pensiero (deliri) e disturbi della percezione (allucinazioni), rendendo la comunicazione del soggetto incomprensibile ai più. Le condotte, gli agiti e i comportamenti possono risultare strani, bizzarri, incongrui al contesto, raramente violenti o aggressivi, anche se normalmente la maggior parte delle persone pensa il contrario.

La psicosi (detta anche sindrome dissociativa, schizofrenia, follia, pazzia; tutti termini che fanno paura e intimidiscono chiunque) ha avuto destini diversi nella storia: tollerata e vista come un dono divino in molte culture dell'antichità; avversata, ridotta ai ceppi, rinchiusa in luoghi separati dalla fine del 1700 a qualche decennio fa; curata, studiata, sedata con risultati alterni negli ultimi anni.

Ancora oggi tuttavia esistono idee e valutazioni differenti su questa sindrome: alcuni la considerano un disturbo della comunicazione; altri la risultante di un contesto familiare fortemente patogeno; altri ancora una malattia genetica o organica; qualcuno una condizione esistenziale.

Sta di fatto che la follia esiste e colpisce circa l'1,5 % della popolazione ad ogni latitudine, ad ogni longitudine e sotto ogni regime politico. Che dire delle terapie? A fronte di studi avanzatissimi nell'ambito della ricerca sui nuovi psicofarmaci (neurolettici), parte del mondo scientifico e tanti professionisti pensano che dalla psicosi non se ne esca se non con gravi deficit della personalità e pesanti disfunzioni a carico della vita sociale e affettiva. Insomma, dalla psicosi non si guarisce: al massimo si possono ridurre i danni e rallentare i processi degenerativi mantenendo costante una 'modica quantità' di cronicizzazione. Non è così, almeno per una certa quota di casi.

Intanto occorre dire che non tutte le ' situazioni' psicotiche sono uguali: la struttura familiare, l'età dell'esordio, il contesto generale, la precocità delle cure e il tipo di cura rappresentano variabili importanti, spesso decisive, per l'itinerario della malattia. Altre variabili non meno importanti sono: l'aspettativa dei familiari e di chi si prende cura del paziente, il coinvolgimento della famiglia nel processo terapeutico, l'atteggiamento di chi cura.

Chi scrive ha preso in carico negli anni moltissimi soggetti con patologie di tipo psicotico: deliranti e con produzione ideativa povera, agitati e allettati, allucinati o storditi sotto l'effetto di dosi elevate di neurolettici dopo un TSO (trattamento sanitario obbligatorio), giovanissimi e meno giovani, uomini e donne.

I risultati, ovviamente, sono stati diversi.

Siamo tuttavia in grado di testimoniare guarigioni complete (non solo assenza di sintomi, ma completo reintegro nel tessuto sociale, affettivo e lavorativo) anche a distanza di molti anni.

I fattori predittivi per una prognosi favorevole sono: 

- la giovane età del paziente;

- la presa in cura precoce (più precoce è, meglio e);

- il coinvolgimento attivo e cooperativo della famiglia;

- aspettative positive (credere avvero che si può guarire!);

- cure adeguate e continue (la sinergia tra psicofarmacologia e psicoterapia è elettiva);

- aiuto alla famiglia;

- ascolto del paziente (nelle pieghe delle sue parole, per quanto confuse apparentemente indecifrabili, si possono vedere le cause, le ragioni, le rabbie, le delusioni: tutto materiale da recuperare, capire, decifrare e restituire). 

L'ascolto, reso possibile soprattutto dalle cure farmacologiche che tranquillizzano senza imbavagliare, costituisce la chiave di volta per entrare dentro il mondo privato della psicosi e restituire ad esso un senso di continuità con la vita di sempre, affinché la persona possa trovare, insieme al terapeuta, il desiderio di poterla proseguire senza paura.

Guarire dalla psicosi si può.     

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