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GENITORI A SCUOLA

Si assiste ad un’epoca in cui al dilagare di nuove forme di disagio in età preadolescenziale e adolescenziale, caratterizzate prevalentemente da nichilismo, comportamenti aggressivi e dipendenza patologica, non si contrappongono politiche e strategie di intervento efficaci e adeguate.


Pare che il mondo scientifico, culturale, mediatico e delle buone prassi d’intervento segnino il passo, tanto è imponente e repentino il cambiamento, per lo più in senso peggiorativo, delle situazioni esistenziali delle nuove generazioni.


Tra la spinta forzata e forzosa all’adultizzazione precoce dei bambini e la tolleranza ad un’adolescenza ormai dai confini illimitati, in grado di sfondare limiti temporali impensabili solo fino a qualche anno fa, le giovani generazioni annaspano sempre più in un mare di solitudine, di scarsità di rapporti nutrienti e di relazioni d’amore significative.


Manca il tempo.
Genitori e adulti in genere sono completamente assorbiti da ritmi di vita e di lavoro assolutamente non congeniali ad un’efficace presa in carico dei figli.
Si assiste così, da circa un decennio, a due fenomeni complementari, entrambi negativi: da una parte si cerca di “allocare” i figli, fin da quando sono molto piccoli, in spazi, situazioni e tempi non idonei: facendoli sostare davanti al computer o alla televisione per molte ore al giorno; calmandoli con i videogiochi; trascinandoli a scuola di calcio, in piscina, a danza, a karatè o a lezione di pianoforte; affidandoli per interminabili ore ad una schiera di babysitter che si alternano al “lavoro” come si fa presso una catena di montaggio.
Dall’altra, quasi a compensare il senso di colpa per averli lasciati tanto soli, molti genitori offrono ai propri figli una quantità di merci (prevalentemente giochi tecnologici) ed un atteggiamento permissivo così elevato da stordirli, contrastando perfino la loro capacità di desiderare, di emozionarsi, di esplorare.


Assenza di relazioni costanti e significative da una parte e l’assurdo surplus di beni e merci offerto dall’altra possono causare nei bambini e nei giovanissimi una difficoltà, dai risvolti anche neuropsicofisiologici, a costruirsi le necessarie competenze per affrontare le normali difficoltà della vita.


Tali competenze si riferiscono all’autonomia, all’autostima ed alla capacità di costruire e mantenere relazioni significative.
Può accadere che le prime frustrazioni, seppure oggettivamente lievi e transitorie, possono essere vissute dai giovani con angoscia, ansia, paura di perdersi e non farcela.

Proprio nella mancata gestione adattiva di queste prime frustrazioni o perfino nella difficoltà di gestire situazioni semplicemente coinvolgenti ed intense (primo amore, il corpo che cambia, la sessualità, il gruppo, gli amici) si possono generare angosce vissute da molti giovani come incontenibili ed insostenibili. Da qui la spinta, spesso insopprimibile, coattiva e irrinunciabile, a trovare strategie lenitive e anestetici di ogni sorta.

Se a questo fenomeno, prevalentemente psicologico e sociale, si aggiunge il fatto che il mercato aggressivo della droga, sapientemente manovrato dalla grande criminalità organizzata, è presente in modo capillare in ogni spazio frequentato dai giovani (scuola, discoteca, per strada, negli esercizi pubblici di ritrovo e ristoro), si capisce quanto la lotta alla droga e al disagio giovanile non possano più essere combattuti solamente con l’informazione, con moniti, con spot pubblicitari o con sterili assemblee nelle scuole.


Che la droga e l’alcool fanno male lo sanno benissimo i nostri figli! Che ci rinuncino e ne siano immuni dipende da quanto noi adulti siamo disposti a dare loro in termini di presenza, disponibilità e autorevolezza.

Tempo (significativo) e contenimento (protettivo) sono le cose che bambini e giovanissimi chiedono ai genitori, agli insegnanti, agli adulti: il tempo, la relazione, la sintonia producono autostima e cooperazione; le regole, l’autorevolezza, le sanzioni favoriscono autonomia crescente e desiderio di realizzarsi.

Senza questi ingredienti e senza questo modo di essere e stare con i figli si corre il rischio di creare nei giovani marginalità, precarietà, esclusione, nichilismo e paura, che a loro volta possono produrre miraggi nell’avventurarsi in itinerari di vita caratterizzati da un ingombrante presente infinito continuamente da “svoltare” senza mai riuscirci.

Stretti tra la vuota opulenza e la stoltezza dei reality, loro, i giovani, la vita se la giocano come possono: ubriacandosi, sballandosi, svoltando appunto pesantemente la giornata e trovandosi immancabilmente sempre al punto di partenza.

Che fare allora?
Prevenire, certo, ma non raccontando che la droga fa male e basta.
E’ necessario invece che gli adulti comincino a porsi il problema di come potersi connettere e sintonizzarsi con le esigenze più profonde dei loro figli.

Occorrono soprattutto tempo e regole.

Ecco dunque profilarsi l’impellente obiettivo di organizzare e costruire il più possibile vere e proprie scuole per genitori, corsi di aggiornamento per insegnanti per (ri)formare adulti in grado di porsi all’ascolto ed essere autorevoli, vere competenze educative per una seria ed efficace prevenzione e promozione del benessere.

Ma questa è già un’altra storia.

 

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