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ALLA RICERCA DEI TALENTI PERDUTI

 
Da molto tempo (da troppo tempo), si parla del disagio dei giovani, di disadattamento crescente tra le nuove generazioni, della caduta dei valori in tanti ragazzi e ragazze, di droga e di alcool, di nuove patologie psicologiche, di devianza.
Sembra che ogni tentativo di restituire i giovani e i giovanissimi a stili di vita più sani e di accompagnarli verso prospettive future più adeguate e produttive, cadano inevitabilmente nel vuoto.
La noia e il nichilismo appaiono ormai malattie endemiche, spingendo quote crescenti di ragazzi a “svoltare” qualsiasi impegno con fatica: si “svolta” la giornata, l’interrogazione, l’intera scuola, la serata con gli amici, perfino l’incontro amoroso e l’eventuale atto sessuale. Tutto è vissuto con demotivazione e apprensione, quasi il futuro prossimo fosse un buco nero e terrificante. Ed allora, ecco l’esistenza dei giovani ancorata ad un presente infinito, angoscioso da vivere perché vuoto e per certi versi doloroso.
Sembra non esserci più traccia del futuro, del desiderio, della voglia di realizzarsi e perfino di amare e costruire relazioni durature e nutrienti.
Perché tutto questo? Sostanzialmente per due fenomeni interagenti:
1)    la caduta della genitorialità con il conseguente dilagare del permissivismo nelle famiglie;
2)    il mancato rinforzo del talento e del merito nei giovani da parte degli adulti e delle istituzioni.
L’intersezione di questi due elementi sta creando una generazione, quella del terzo millennio, inedita nei comportamenti e nei vissuti: una generazione che ha tutto, ma intuisce che non potrà avere nulla, che può tutto senza mai avere l’occasione di osare, onnipotente e nel contempo prigioniera di una indicibile fragilità, convinta dell’autonomia e di essere libera quando invece risulta fortemente dipendente, al punto da correre il rischio di rimanere schiava di qualsiasi padrone.
La condizione paradossale della generazione del terzo millennio consiste dunque nell’aver cancellato ai nostri ragazzi la dimensione del futuro: dapprima con l’illusione dell’onnipotenza, educandoli all’insegna del principio del “tutto e subito”; poi mortificando il merito e abbattendo i talenti.
Si assiste pertanto a giovani che non riescono a percepire la strada della crescita e della realizzazione semplicemente perché studiare o non studiare, essere capaci o meno, sforzarsi o no è uguale.
Il merito non è più premiato. La gran parte delle facoltà universitarie sono ridotte ad un calderone miserevole di quiz; al lavoro (quello vero) si accede quasi solamente per conoscenza; la carriera e le promozioni avvengono per lo più per anzianità. Il talento si è ridotto negli anni ad un inutile optional.
Ed allora…meglio gli happy hours e rincasare a tarda notte: almeno ci si diverte e si condivide la stessa situazione.
La fuga dei “cervelli” all’estero è uno dei tanti fenomeni correlati a questa situazione di continua mortificazione dei giovani meritevoli e talentuosi.
Mentre gli Stati Uniti si apprestano ad essere governati da un Presidente che viene dal basso, in Italia un Obama non è ancora nato né si intravede all’or
izzonte.

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